Leonardo Maria Del Vecchio: miliardi sulla carta, vincoli nella realtà

Un erede sotto pressione

Immaginate di possedere una partecipazione da diversi miliardi di euro in alcune delle più importanti società quotate d’Europa — EssilorLuxottica, Generali, UniCredit, Monte dei Paschi — e di non poter disporre liberamente di nemmeno una di quelle azioni. È la condizione paradossale in cui si trova Leonardo Maria Del Vecchio, trentenne erede del fondatore di Luxottica, a quattro anni dalla scomparsa del padre. Una ricchezza enorme, nominalmente misurabile tra i 5 e i 7 miliardi di euro, che lo statuto della cassaforte lussemburghese Delfin trasforma in un patrimonio blindato, inaccessibile come garanzia e irraggiungibile come leva di controllo.

Il padre, Leonardo Del Vecchio senior, aveva strutturato la successione con una logica precisa: Delfin divisa in parti uguali tra otto eredi, ciascuno titolare del 12,5%, con maggioranze rafforzate per le decisioni strategiche. Una costruzione pensata per preservare la coesione della holding — che detiene il 32,4% circa di EssilorLuxottica, il 17,5% di Mps, il 10,1% di Generali e quasi il 3% di UniCredit — ma che di fatto impedisce a qualsiasi singolo erede di imporre la propria visione. Leonardo Maria ha scelto di non rassegnarsi a questa condizione. Ha deciso, invece, di trasformarsi da erede passivo a protagonista autonomo dell’economia italiana. Il prezzo di questa ambizione si sta rivelando molto più alto del previsto.

La battaglia per il controllo di Delfin

Il primo passo della strategia è stato tentare di consolidare la propria posizione acquisendo le quote dei fratellastri Luca e Paola, disposti a cedere complessivamente il loro 25% di Delfin. L’operazione avrebbe portato Leonardo Maria al 37,5%, rendendolo il primo azionista della holding, pur senza il controllo assoluto. Un salto qualitativo significativo, ma non privo di ostacoli.

Parallelamente, Leonardo Maria ha contestato in sede legale il trasferimento che la madre Nicoletta Zampillo aveva effettuato, pochi giorni dopo la morte del fondatore, di parte dei propri diritti su Delfin al figlio Rocco Basilico. Quest’ultimo ha risposto impugnando alcune delibere assembleari favorevoli al passaggio delle quote di Luca e Paola. A giugno i due avevano raggiunto una tregua informale, ma l’assemblea di fine mese non ha sbloccato il trasferimento: Leonardo Maria non ha partecipato alla riunione e il veto è rimasto in vigore.

La contrapposizione tra i due fratellastri non è una semplice lite ereditaria. Rappresenta lo scontro tra due figure che il fondatore aveva entrambe valorizzato e collocato, con ruoli differenti, nel futuro del proprio gruppo. Leonardo Maria rivendica la continuità del nome e punta a diventare l’azionista dominante; Basilico, protagonista della scommessa sugli smart glasses, difende la quota attribuitagli dal padre e propone una visione opposta per sciogliere il nodo della successione. Anche la possibile acquisizione dello 0,4% di Delfin attribuito a Basilico è diventata un ulteriore nodo: la partecipazione è stata valutata 149 milioni di euro, somma che Leonardo Maria dovrebbe reperire senza poter utilizzare come garanzia la sua quota originaria.

Il finanziamento da 10 miliardi e il nodo delle garanzie

Per liquidare Luca e Paola servono circa 10 miliardi di euro. Il progetto finanziario iniziale prevedeva un pacchetto complessivo vicino agli 11 miliardi: 10 miliardi per il 25% di Delfin e circa un miliardo per rifinanziare esposizioni già esistenti. Tra gli istituti coinvolti nelle trattative erano stati indicati UniCredit, BNP Paribas e Crédit Agricole.

A complicare l’operazione, secondo la stessa ricostruzione di Leonardo Maria Del Vecchio, è intervenuto il risiko bancario italiano. In una lettera pubblicata a giugno, l’imprenditore ha scritto che “il finanziamento è finito nel pieno del risiko bancario italiano”, in una fase in cui i medesimi soggetti potevano trovarsi, a seconda dell’operazione, nella posizione di finanziatori, società partecipate, controparti o potenziali acquirenti. Una sovrapposizione che avrebbe fatto emergere, nelle sue parole, “questioni di sostenibilità e allocazione del rischio”. Del Vecchio ha comunque escluso l’esistenza di rapporti impropri tra il finanziamento richiesto e le partite del consolidamento bancario.

Il vero scoglio, tuttavia, è stato quello delle garanzie. Lo statuto di Delfin non consente a Leonardo Maria di impegnare liberamente il proprio 12,5% originario, mentre avrebbero potuto essere date in pegno le quote acquistate da Luca e Paola. Le banche avevano quindi richiesto il sostegno della holding attraverso una lettera di patronage: in caso di insolvenza, Delfin si sarebbe impegnata a riacquistare le partecipazioni di Leonardo Maria per circa 10 miliardi, scongiurando l’ingresso degli istituti nel capitale. Il consiglio di amministrazione della holding ha respinto la richiesta. Il primo progetto bancario si è così arenato.

Apollo Global Management: una strada alternativa, ma più costosa

Con il canale bancario tradizionale bloccato, Leonardo Maria Del Vecchio ha trovato un’altra via. Secondo quanto ricostruito dal Messaggero, l’imprenditore ha firmato con Apollo Global Management un finanziamento da 1,1 miliardi di euro, della durata di 18 mesi e con un tasso d’interesse dell’8%. Il prestito è destinato a rifinanziare circa 760 milioni di esposizioni dirette e personali nei confronti di UniCredit e Alba Leasing — corrispondenti a circa 650 milioni di esposizione verso UniCredit e 110 milioni riconducibili ad Alba Leasing, utilizzati anche per lo yacht No Rush e altri beni — e a mettere a disposizione ulteriore liquidità. Apollo avrebbe ottenuto in cambio garanzie sui veicoli societari attraverso i quali Del Vecchio controlla i propri investimenti.

Il finanziamento non cancella il debito: ne modifica i creditori e le condizioni. I precedenti prestiti di UniCredit e Alba Leasing vengono rimborsati, ma Leonardo Maria assume un nuovo debito verso il fondo statunitense, con una scadenza breve e un costo superiore a quello normalmente applicato dal sistema bancario alle grandi operazioni societarie. Resta inoltre aperta la questione dei circa 350 milioni di esposizione societaria attribuiti a Lmdv Capital e alle sue controllate nei confronti di Crédit Agricole e Mps: non è chiaro se l’operazione Apollo abbia estinto anche queste posizioni.

Apollo avrebbe manifestato la disponibilità a estendere il proprio impegno fino a circa 10 miliardi di euro per finanziare l’acquisto delle quote di Luca e Paola, ma questo secondo e ben più grande prestito non risulta ancora sottoscritto né erogato. La sua eventuale concessione dipenderebbe dalla conclusione dell’accordo con i fratelli e dalla predisposizione di garanzie ritenute sufficienti dal fondo americano. Il ricorso ad Apollo sposta il baricentro dell’operazione dalle banche tradizionali a uno dei maggiori operatori mondiali del credito privato, disposto ad accettare rischi più elevati in cambio di interessi più onerosi e garanzie più incisive.

Il fronte giudiziario: da Equalize all’incidente in tangenziale

Mentre la partita finanziaria rimane aperta, intorno al nome di Leonardo Maria Del Vecchio si sono accumulati dossier giudiziari di diversa natura. Il più complesso è quello legato a Equalize, la società investigativa milanese al centro dell’inchiesta sugli accessi abusivi alle banche dati. Il 21 luglio la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di 74 persone nel cosiddetto filone dei clienti, che avrebbe coinvolto 832 presunte vittime. Tra gli imputati figura anche Leonardo Maria Del Vecchio, indicato come cliente della società.

Secondo l’ipotesi accusatoria, Del Vecchio, insieme a Marco Talarico — che guida il suo family office Lmdv Capital — e all’uomo della sicurezza Mario Cella, avrebbe utilizzato consapevolmente informazioni ottenute attraverso accessi illeciti, anche su persone a lui vicine e su componenti della famiglia nel pieno delle controversie ereditarie. La difesa sostiene invece che non abbia mai commissionato attività illegali e che i pagamenti effettuati fossero serviti a impedire la diffusione di un dossier contro il fratello Claudio, in una situazione percepita come estorsiva. In un procedimento parallelo, Leonardo Maria è considerato persona offesa: alcuni indagati sono accusati di aver sottratto immagini dalla videosorveglianza della sua abitazione, costruito un archivio privato e predisposto falsi dossier per ottenere denaro.

Un’altra indagine riguarda un incidente avvenuto il 16 novembre 2025 sulla Tangenziale Est di Milano, tra una Ferrari Purosangue e una BMW. L’ipotesi investigativa è che, dopo l’urto, un componente della sicurezza di Leonardo Maria abbia dichiarato di trovarsi alla guida al suo posto. Nel gennaio 2026 Del Vecchio è stato iscritto nel registro degli indagati per omissione di soccorso e sostituzione di persona in concorso.

L’esposizione mediatica e il portafoglio editoriale

La partecipazione alla trasmissione Otto e mezzo del 29 gennaio 2026 ha segnato un cambio di registro nella comunicazione pubblica di Del Vecchio: dal profilo finanziario riservato a un’esposizione politica e personale molto più diretta. L’imprenditore ha raccontato di aver votato in passato Matteo Renzi e successivamente Giorgia Meloni, ha espresso apprezzamento per la stabilità garantita dall’attuale governo e ha sostenuto che senza quella stabilità non avrebbe investito in Italia quasi 500 milioni di euro. La partecipazione televisiva, giudicata da molti osservatori poco efficace se non controproducente, ha avuto un impatto sulla sua immagine proprio nelle settimane in cui si stava affermando anche come editore.

Dopo aver ricevuto un rifiuto da John Elkann alla proposta di acquistare la Repubblica — poi ceduta al gruppo greco Antenna — Del Vecchio ha costruito un portafoglio editoriale che comprende il 30% del Giornale e il controllo di Editoriale Nazionale, editrice di Qn, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino. Un insieme di testate di orientamento moderato e radicamento territoriale, che disegna una presenza nell’informazione italiana tutt’altro che marginale.

Le imprese operative: luci e ombre nei bilanci

Accanto alle grandi partite finanziarie, Leonardo Maria Del Vecchio gestisce un portafoglio di investimenti operativi i cui bilanci raccontano una storia ancora in costruzione. Boem, la società delle bevande lanciata con Fedez e Lazza, ha chiuso il 2024 con appena 369.715 euro di ricavi e una perdita di 3,13 milioni. Nel settembre 2025 Lmdv Capital ha acquistato il 21,75% di Fedez e il 3% di Lazza, assumendo il controllo totale del marchio, con i due artisti rimasti nel ruolo di ambasciatori. La società ha dichiarato che nei primi quattro mesi del 2025 i ricavi erano già superiori del 69% all’intero fatturato del 2024, ma il rapporto tra entrate e uscite rimane fortemente sbilanciato.

Anche Vesta, il ristorante milanese di fascia alta, presenta conti problematici: il bilancio 2024 riportava ricavi in crescita da 5,56 a 7,76 milioni, ma una perdita di circa 607 mila euro, un patrimonio netto negativo per 1,14 milioni e finanziamenti per oltre 7 milioni. L’aumento del fatturato è stato assorbito dalla crescita dei costi, in particolare del personale. Il marchio Twiga, acquisito di recente e integrato nel più ampio progetto Lmdv Hospitality, non ha ancora prodotto dati aggiornati pubblicamente disponibili.

Il bilancio 2024 di Lmdv Capital si è chiuso con ricavi per 66,9 milioni e un utile simbolico di 31.917 euro, dopo la perdita di 1,85 milioni dell’anno precedente. Una parte rilevante dei ricavi derivava tuttavia dalla vendita di titoli e da rivalutazioni contabili delle partecipazioni. Alla fine dell’esercizio i debiti ammontavano a circa 358 milioni: 178 milioni verso le banche e oltre 177 milioni verso lo stesso fondatore della holding, con alcuni finanziamenti assistiti da pegni e garanzie personali.

Il conflitto familiare sull’affidamento della figlia

Negli ultimi giorni si è aggiunto un ulteriore fronte di tensione: il conflitto con l’ex compagna per la gestione della figlia minorenne. La donna, difesa dall’avvocato Annamaria Bernardini de Pace, ha presentato denunce per sottrazione di minore e violenza privata, sostenendo di non aver potuto vedere regolarmente la bambina durante una vacanza in Sardegna. Leonardo Maria è indagato a Milano per sottrazione di minore; i suoi legali respingono le accuse, affermano che gli accordi tra i genitori siano stati rispettati e definiscono false e diffamatorie alcune ricostruzioni. Il Tribunale civile di Milano ha ordinato la riconsegna della bambina alla madre entro le ore 18 del 28 luglio, in attesa dell’udienza fissata per il 10 agosto. Il piano civile, relativo all’affidamento, rimane distinto dalle denunce penali, sulle quali si pronunceranno magistrati diversi.

Una partita aperta, su più tavoli

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