Milano ha ospitato la due giorni di Nova, la kermesse programmatica del Movimento 5 Stelle, e ciò che ne è emerso non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Oltre mille partecipanti, un palco affollato di parlamentari ed europarlamentari, e un messaggio ripetuto come un mantra: no alle armi, no al riarmo. Giuseppe Conte ha preso la parola prima ancora che si chiudesse il voto sui venti punti programmatici, e ha scelto di non aspettare i risultati delle urne interne per definire la rotta.
“Dobbiamo costruire percorsi di pace, con la guerra non andiamo da nessuna parte”, ha dichiarato l’ex presidente del Consiglio dal palco, raccogliendo gli applausi della platea. Le armi, ha sottolineato, allontanano la pace. L’economia di guerra non serve ai cittadini, alle famiglie, alle imprese. Il messaggio era rivolto tanto alla base quanto agli alleati del cosiddetto campo largo.
Sulla crisi ucraina, Conte ha ribadito la necessità di una svolta negoziale, sostenendo che l’Italia potrebbe fare da apripista in Europa senza restare isolata. È precisamente su questo punto che il M5S e il Partito Democratico si trovano su sponde opposte, e la distanza appare oggi più marcata che mai. La deputata Chiara Appendino ha alzato ulteriormente il tiro, rivolgendosi direttamente agli alleati: “Il no alle armi è netto e continua ad esserlo. Chi deve cambiare idea è qualcun altro.”
La risposta dal fronte democratico non si è fatta attendere. Il senatore Filippo Sensi, esponente dell’ala riformista del Pd, ha commentato con toni aspri: “In queste ore ci sono decine di morti e quasi cento feriti per i bombardamenti russi sull’Ucraina. E noi stiamo lì appesi a chi predica di smettere di aiutare gli ucraini. Cinismo, ipocrisia.” Un giudizio duro, che fotografa la profondità del fossato che separa le due forze politiche su uno dei temi più delicati del momento.
Eppure, la vicepresidente del M5S Vittoria Baldino ha scelto un registro più conciliante, sostenendo che un punto di incontro si troverà anche sulle armi, poiché gli obiettivi comuni — fermare il conflitto e restituire all’Europa un ruolo da protagonista — rimangono condivisi con Pd e Alleanza Verdi e Sinistra. Una lettura ottimistica, forse volutamente tale, in un momento in cui la tenuta della coalizione è messa alla prova proprio dalle questioni di politica estera.
Sul fronte della leadership, Conte non ha pronunciato la parola “primarie”, ma il concetto aleggiava nell’aria. Un recente sondaggio Ipsos-Doxa lo colloca in vantaggio sulla segretaria dem Elly Schlein in un ipotetico confronto diretto. L’ex premier ha glissato con eleganza — “i sondaggi li guardo, ma non sono determinanti” — pur precisando che il vero nodo da sciogliere resta la definizione del programma comune. Schlein, arrivando alla Festa dell’Unità di Foligno, ha adottato la stessa prudenza: “Prima il programma comune, perché è quello che si aspetta la nostra gente.”
È stata ancora Appendino a rompere gli indugi in modo esplicito: “Se c’è qualcuno che ha paura a fare le primarie — ed è chi le ha inventate, cioè il Partito Democratico — ce lo dica. Noi ci siamo, il nostro presidente è pronto.” Una provocazione calcolata, che punta a costringere il Pd a scoprire le proprie carte prima del tempo, in un momento in cui la coalizione non ha ancora trovato un equilibrio stabile.
Conte ha chiuso il suo intervento con una dichiarazione che vale come impegno politico preciso. “Il mandato forte e chiaro che arriva da Nova mi onora e mi responsabilizza”, ha detto, “e cercherò di assolverlo con la massima determinazione, fermezza e chiarezza. Non pensate che sia disponibile a diluirlo, non pensate che sia disposto a far sì che tutto diventi un galleggiare e vivacchiare della politica.” Parole che suonano come un avvertimento agli alleati e, al tempo stesso, come una promessa alla propria base.
La kermesse si è chiusa con un momento di forte carica emotiva: Conte ha salutato dal palco Alessandro Di Battista, tornato di recente in Italia dopo gravi problemi di salute a Cuba. “Siamo con te Ale! Torna con noi, abbiamo ancora tante battaglie da fare che ci accomunano, fai presto”, ha scandito l’ex premier, strappando un lungo applauso alla platea. Un gesto che, al di là della dimensione umana, ricorda quanto le storie personali continuino a intrecciarsi con le traiettorie politiche di un movimento ancora in cerca della propria identità definitiva.

