Mamdani contro Netanyahu: il sindaco di New York pronto a chiedere l’arresto del premier israeliano all’Assemblea ONU

Una sfida istituzionale dai contorni giuridici ancora incerti si profila sull’orizzonte newyorkese. Zohran Mamdani, sindaco di New York, ha dichiarato al New York Times di essere pronto a chiedere l’arresto del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu qualora questi si rechi nella città per partecipare, come previsto a settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Una dichiarazione che rimescola le carte in un momento già segnato da tensioni profonde tra Washington, Tel Aviv e le istituzioni multilaterali internazionali.

Il fondamento della posizione di Mamdani risiede nel mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei confronti di Netanyahu per presunti crimini di guerra commessi a Gaza. «È un criminale di guerra incriminato dalla Corte penale internazionale», ha affermato il sindaco, aggiungendo di ritenere che il premier israeliano «debba essere processato all’Aia». Parole nette. Ma la realtà giuridica è assai più complessa.

Mamdani stesso ha ammesso di non sapere con certezza se disponga dell’autorità legale necessaria per ordinare al Dipartimento di Polizia di New York — di cui è capo — di fermare un capo di governo straniero. Ha precisato di essere in «trattative attive» con l’ufficio legale del Comune per chiarire i limiti imposti dalle norme vigenti. «Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York, ma non inventeremo nuove leggi», ha chiarito. Un approccio pragmatico, che distingue la posizione politica dalla pretesa giuridica.

Il contesto politico interno amplifica la portata dell’episodio. Donald Trump, presidente degli Stati Uniti e alleato dichiarato di Netanyahu, potrebbe sfruttare l’avvertimento del sindaco democratico per riaprire uno scontro con l’amministrazione cittadina. Non è escluso che Trump possa addirittura recarsi ad accogliere il premier israeliano al suo arrivo a New York, trasformando la visita in una dimostrazione di forza contro la sinistra municipale. La dinamica è quella classica del conflitto tra potere federale e autorità locale, con Netanyahu quale involontario catalizzatore.

Va ricordato che Mamdani aveva già assunto questo impegno durante la campagna elettorale. Non si tratta, dunque, di una sortita improvvisata. Netanyahu, da parte sua, avrebbe liquidato la questione con nonchalance, dichiarandosi non preoccupato dall’ipotesi di un arresto e accusando il sindaco di sostenere Hamas, il movimento che governa gran parte della Striscia di Gaza e che il 7 ottobre 2023 sferrò l’attacco contro Israele.

Eppure le parole di Mamdani si inseriscono in un quadro più ampio di crescente distanza tra Washington e Tel Aviv. Oltre cento deputati democratici alla Camera hanno recentemente votato a favore del taglio degli aiuti americani a Israele. Persino tra i repubblicani si avvertono segnali di insofferenza: il vicepresidente JD Vance, in una recente intervista con il podcaster Joe Rogan, ha parlato di una «campagna discreta e ben finanziata volta a far deragliare i negoziati» con l’Iran, citando «prove concrete» del fatto che alcuni leader israeliani «detestino l’intesa». Un’erosione del consenso trasversale che non può essere ignorata.

Dal fronte israeliano è arrivata la risposta di Danny Danon, rappresentante permanente di Israele alle Nazioni Unite. In un post su X, Danon ha accusato Mamdani di «fallire nell’amministrare» la città e di aver «scelto di fomentare ostilità e attirare l’attenzione mediatica attaccando lo Stato di Israele» invece di occuparsi della «crescente ondata di antisemitismo» presente a New York. «Questo non cambierà nulla», ha scritto, annunciando che Netanyahu si presenterà all’Assemblea Generale «con orgoglio» per affermare «il diritto incrollabile di Israele a difendere i propri cittadini». La chiusa è stata affilata: «E se qualcuno dovesse essere arrestato, quello è il sindaco di New York, Zohran Mamdani».

Ciò che resta, al di là delle scaramucce retoriche, è una questione istituzionale seria. La tensione tra gli obblighi derivanti dal diritto internazionale penale e le immunità diplomatiche tradizionalmente riconosciute ai capi di governo è reale e irrisolta. New York, sede delle Nazioni Unite, si trova in una posizione peculiare: crocevia del multilateralismo globale e, insieme, arena di una politica interna sempre più polarizzata. L’autunno si preannuncia denso di implicazioni, ben oltre i confini della Grande Mela.

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