PNRR e bollo auto: Bruxelles apre sui margini di flessibilità, mentre Roma punta all’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo

La Commissione europea ha confermato che esistono margini di manovra nell’utilizzo dei fondi del PNRR, aprendo di fatto la strada alla copertura della sospensione del bollo auto attraverso i risparmi del Piano. Un chiarimento atteso, che ridimensiona le tensioni emerse nelle ore precedenti tra Roma e Bruxelles.

Cosa ha detto esattamente Dombrovskis?

Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha precisato a margine dell’Ecofin informale di Dublino che il PNRR «non è uno strumento basato sui costi, ma sui risultati». Questo significa che il flusso dei pagamenti europei verso gli Stati membri «può non essere perfettamente allineato» alle spese effettivamente sostenute dai governi nazionali. È proprio questo disallineamento strutturale a generare quei margini di liquidità che il ministro dell’Economia italiano, Giancarlo Giorgetti, aveva evocato definendoli — con una formula più audace — «soldi nazionali» di cui il governo può disporre liberamente.

Dombrovskis non ha abbracciato quella formulazione, precisando di dover prima verificare le dichiarazioni esatte del ministro italiano. Ha tuttavia riconosciuto che «esiste un certo margine in termini di gestione della liquidità», un’apertura significativa che, nella sostanza, avvicina la posizione della Commissione a quella del governo Meloni. Il meccanismo è chiaro: poiché i rimborsi europei sono ancorati al raggiungimento di obiettivi e traguardi — non al rendiconto puntuale delle spese — si creano spazi finanziari che gli Stati possono gestire con una certa autonomia operativa.

Perché il dato sul deficit italiano è la vera partita in gioco

Il chiarimento sul PNRR arriva in un momento in cui l’attenzione dei mercati e delle istituzioni europee è rivolta a una scadenza ben più rilevante per i conti pubblici italiani. Martedì 22 luglio, l’Istat aggiornerà la stima sul rapporto deficit/PIL per il 2025, attualmente fissato al 3,1%. Se il dato scendesse sotto la soglia cruciale del 3%, e venisse successivamente confermato da Eurostat il 21 ottobre, l’Italia potrebbe avviare formalmente il percorso di uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo. Lo stesso Giorgetti, parlando a Dublino, si è detto «speranzoso».

Le implicazioni di un simile esito sarebbero concrete e immediate. Rientrare nel braccio ordinario del Patto di Stabilità consentirebbe all’Italia di sfruttare con maggiore flessibilità la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale (NEC), richiesta per finanziare investimenti aggiuntivi in difesa e sicurezza energetica. In termini pratici, eventuali sforamenti del tetto del 3% giustificati da spese concordate nell’ambito della NEC non farebbero automaticamente scattare una nuova procedura di infrazione. Sul piano della credibilità, un’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo rafforzerebbe la posizione dell’Italia sui mercati finanziari, in un contesto in cui diversi titoli sovrani dell’Eurozona restano sotto osservazione.

A che punto è la richiesta italiana sulla NEC per la sicurezza energetica?

Procede senza particolari ostacoli anche l’esame della richiesta italiana di estendere la NEC alla sicurezza energetica. Secondo quanto emerge da Bruxelles, l’elenco delle spese trasmesso da Roma risulta coerente con le categorie di intervento concordate a livello europeo dai Ventisette, insieme alla Commissione e alla BCE, nell’ambito del Comitato economico e finanziario. La lista è ancora al vaglio tecnico degli esperti, ma allo stato attuale appare altamente improbabile che non ottenga il via libera.

Il Consiglio Ecofin del 9 ottobre potrebbe rappresentare la sede naturale per una prima approvazione formale, anche se la tempistica resta da confermare. A rafforzare questa prospettiva sono anche le dichiarazioni del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, il quale ha spiegato che le azioni individuate nell’ambito dei 14 miliardi di scostamento previsti dalla NEC sono «compatibili con l’indirizzo dato dall’Unione europea» e riguardano principalmente «il sistema dei fabbricati pubblici e privati».

Il dossier Ucraina: fabbisogno in crescita, ma lo spazio per nuovi prestiti si riduce

Sempre a Dublino, Dombrovskis ha affrontato un secondo tema di rilievo: il fabbisogno finanziario dell’Ucraina per il 2027. Le stime precedenti del Fondo Monetario Internazionale erano costruite sull’ipotesi che il conflitto si concludesse entro il 2026. «Purtroppo, questo ora appare meno probabile», ha osservato il commissario, indicando tra le cause principali l’intensificazione dell’aggressione russa e il blocco del Mar Nero, che continua a gravare sull’economia ucraina.

Bruxelles si è impegnata a quantificare il nuovo fabbisogno «in tempi relativamente brevi», in stretto coordinamento con il FMI. Tuttavia, il commissario ha posto un limite chiaro: Kiev ha ormai «un margine limitato» per assorbire ulteriore debito, a causa dei problemi di sostenibilità già presenti. Il sostegno europeo già erogato presenta, ha ricordato Dombrovskis, «caratteristiche molto marcate assimilabili a una sovvenzione», e lo stesso criterio dovrà guidare le future proposte. Parallelamente, Bruxelles continua a lavorare con i partner internazionali affinché aumentino il loro contributo, in linea con la ripartizione precedente che assegnava all’Unione europea circa due terzi del fabbisogno complessivo di Kiev.

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