Il rame frantuma ogni record: offerta in crisi, dazi all’orizzonte e Cina a rilento

Tutto è cominciato con una serie di segnali preoccupanti provenienti dalle miniere. Nel primo semestre del 2025 la produzione mondiale di rame è scesa dell’1,1%, colpita da difficoltà operative in Cile, Indonesia e nella Repubblica Democratica del Congo. Un dato che, preso singolarmente, avrebbe già meritato attenzione. Combinato con tutto ciò che è accaduto nei mesi successivi, ha innescato una corsa al rialzo senza precedenti.

Le conseguenze non hanno tardato a manifestarsi sui mercati. Questa settimana il contratto a tre mesi del London Metal Exchange ha toccato un nuovo massimo storico a 14.728 dollari per tonnellata, mentre i contratti future statunitensi hanno segnato un picco a 6,89 dollari per libbra. Dall’inizio dell’anno il metallo rosso guadagna quasi il 18%.

A rendere la situazione ancora più delicata è la prospettiva di un’offerta mineraria destinata a ristagnare, o addirittura a contrarsi, sull’intero anno. Morgan Stanley stima che sarebbe la prima volta dal 2017. Un dato che preoccupa, proprio nel momento in cui la domanda strutturale — trainata dalla transizione energetica e dall’elettrificazione — continua a crescere senza sosta.

Settimane dopo l’inizio di questa pressione sull’offerta, è entrata in scena un’ulteriore variabile: l’incertezza sui dazi doganali americani. Da mesi i trader convogliano il rame verso gli Stati Uniti per anticipare l’eventuale introduzione, a partire da gennaio 2027, di una tassa del 15% sulle importazioni di rame raffinato, con una possibile escalation al 30% nel 2028. Washington non ha ancora confermato né abbandonato il progetto, nonostante siano trascorsi oltre due mesi dalla scadenza entro cui il Dipartimento del Commercio avrebbe dovuto presentare le proprie conclusioni. L’incertezza regolamentare, in assenza di chiarezza istituzionale, si trasforma in speculazione.

Il risultato è visibile nei numeri. Il premio di circa il 3% del Comex rispetto al mercato londinese continua ad alimentare flussi massicci verso gli Stati Uniti. A luglio le importazioni americane di rame raffinato hanno raggiunto il record di 225.094 tonnellate. Un volume che racconta da solo la portata del fenomeno.

Eppure, l’elemento forse più significativo di questa vicenda è quello che non ci si aspettava. La Cina, primo consumatore mondiale di rame, non sta trainando questa fiammata. Tutt’altro. Ad agosto le importazioni cinesi di rame grezzo e di prodotti in rame sono scese a 382.000 tonnellate, il livello più basso per questo mese negli ultimi sei anni. Il settore immobiliare cinese, ancora depresso, frena la domanda interna e lascia il mercato globale in una condizione paradossale: prezzi ai massimi storici, nonostante il principale acquirente mondiale rallenti.

Ciò che emerge da questa sequenza di eventi è un mercato delle materie prime sempre più condizionato da fattori geopolitici e regolamentari, oltre che da quelli produttivi.

In questo contesto, la stabilità dei mercati delle materie prime dipende sempre di più dalla qualità delle istituzioni e dalla prevedibilità delle politiche commerciali. Un principio che l’Europa, con il suo approccio fondato su regole condivise e multilateralismo, conosce bene — e che i mercati, quando funzionano, tendono a premiare.

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