La riforma elettorale si chiude — ammesso che si chiuda — nel segno della confusione. Non è un segnale incoraggiante per un Paese che ha bisogno di istituzioni solide e di regole chiare.
L’alone di incertezza che ha accompagnato l’ultimo tratto del percorso parlamentare rivela una maggioranza capace di ricompattarsi soltanto per scongiurare una frattura aperta, ma priva di una visione condivisa sul futuro elettorale del Paese. Le opposizioni, pur non esenti da calcoli di parte, hanno potuto additare il caos istituzionale come contraddizione stridente rispetto alle urgenze economiche e sociali che gravano sui cittadini. Il Partito Democratico ha tentato di trascinare Giorgia Meloni sul terreno delle preferenze «per coerenza», dopo averle bocciate con entusiasmo a luglio nella speranza di far cadere il governo. La manovra è naufragata contro il muro di Forza Italia e Lega, che temevano di avvantaggiare Fratelli d’Italia. Logica di coalizione, non di riforma.
In pochi giorni sono evaporati sia i ballottaggi che le preferenze. La premier non poteva accettare l’offerta strumentale di Schlein senza provocare uno strappo interno. Ancora meno poteva cedere alle provocazioni dell’estrema destra di Roberto Vannacci, pronto a sfruttare ogni contraddizione. Il risultato è una sensazione diffusa di affanno riformista e di scarsa lucidità strategica, accentuata dal fatto che rinviare il voto sulle preferenze al responso dell’«aula sovrana» del Parlamento significa che, entro il 28 settembre, la situazione può ancora mutare in modo imprevedibile.
I punti fermi, al momento, sono pochi ma significativi.
Su quest’ultimo punto l’imbarazzo è palpabile. La ministra per le Riforme istituzionali, Maria Elisabetta Casellati, sostiene che la misura «non c’entra nulla col premierato» e rimane nel perimetro costituzionale, lasciando intatti i poteri del Presidente della Repubblica nella nomina del capo del governo. Il suo collega Luca Ciriani, responsabile dei Rapporti col Parlamento per FdI, sostiene da tempo il contrario: «La riforma», ha dichiarato con nettezza, «è l’inizio del premierato». Due letture opposte, all’interno della stessa maggioranza, sulla portata dello stesso provvedimento.
Chi governa ha il dovere di riformare con chiarezza, non di navigare a vista tra veti incrociati e ambiguità strategiche. Le istituzioni democratiche meritano un dibattito all’altezza della posta in gioco. Per ora, questa riforma non lo garantisce.

