Roma congela lo scontro con Madrid: ma il conto arriverà sul bilancio europeo

Il segnale più eloquente è quello che manca. Nel discorso di Matteo Piantedosi davanti ai colleghi europei scompare ogni riferimento alla regolarizzazione di oltre mezzo milione di migranti decisa dalla Spagna — misura che il governo italiano aveva indicato, fino a pochi giorni prima, come una delle cause scatenanti dell’assalto all’enclave di Ceuta. Qualche ora dopo, il commissario europeo Magnus Brunner e la maggioranza dei ministri dell’Interno scelgono di esprimere solidarietà a Madrid, smontando il tentativo italiano di trasformare la crisi dell’enclave in un nuovo argomento per riformare le politiche migratorie comunitarie. In questi due passaggi si misura, con precisione chirurgica, il cambio di fase che si sta consumando a Palazzo Chigi.

Una strategia che si corregge in corsa

La tensione con Pedro Sánchez non è affatto rientrata. Ma il governo italiano ha compreso che proseguire con lo scontro frontale avrebbe rischiato di lasciare Roma in una posizione di isolamento politico difficilmente sostenibile. Così la strategia si ricalibra: non più accuse dirette alla Spagna, bensì un’offensiva indiretta contro il rapporto privilegiato che Madrid ha costruito negli anni con Rabat. È lì che Roma prova ora a spostare il terreno del conflitto.

Piantedosi lo fa senza mai nominare né Sánchez né il Marocco. «Se un Paese terzo rifiuta di cooperare sulla riammissione dei propri cittadini», afferma il ministro dell’Interno, «l’Unione deve poter applicare forti condizionalità in ogni settore, utilizzando tutte le leve a disposizione. Non possiamo più permetterci che la diplomazia economica viaggi su un binario separato rispetto alla cooperazione in materia di sicurezza e migrazione». Fonti governative chiariscono che il bersaglio reale di quelle parole è Rabat: Bruxelles dovrebbe usare il proprio peso politico ed economico per imporre condizioni più rigide, evitando che siano i singoli Stati membri a gestire da soli rapporti tanto delicati con Paesi terzi strategici.

È una correzione di rotta che nasce dalla consapevolezza maturata nelle ultime ore anche da Giorgia Meloni. Non basta, però, a cancellare le frizioni. Anzi, le complica.

Il vertice che non ha prodotto la svolta attesa

La riunione che avrebbe dovuto consolidare l’asse costruito dalla premier italiana con la danese Mette Frederiksen finisce per produrre un risultato assai più modesto di quanto ci si aspettasse. La lettera sottoscritta da ventidue governi aveva alimentato l’aspettativa di un’accelerazione concreta sui return hub nei Paesi terzi e su un sistema di rimpatri molto più incisivo. Nelle conclusioni del vertice, invece, resta poco più di una generica disponibilità a proseguire il confronto: nessuna svolta operativa, nessun impegno sul finanziamento europeo dei centri di rimpatrio, mentre continuano a pesare le resistenze di quei governi contrari a destinare nuove risorse comunitarie a questo progetto.

A rafforzarsi è invece, paradossalmente, la posizione della Spagna. La solidarietà espressa dai Ventisette al ministro Fernando Grande-Marlaska, unitamente all’intervento di Brunner, costituisce un messaggio politico che a Roma viene letto con evidente fastidio. Madrid torna inoltre a chiedere la revoca dei controlli rafforzati alle frontiere introdotti dall’Italia fino alla fine di agosto, misura che sospende di fatto il regime Schengen su alcuni valichi.

Schengen, i 500 agenti e la via d’uscita dopo Ferragosto

Ufficialmente Palazzo Chigi continua a difendere la sospensione di Schengen, nel tentativo di mantenere viva la dinamica securitaria che ha caratterizzato le ultime settimane. Non è un caso che nel Consiglio dei ministri tenuto nel pomeriggio sia entrata anche l’assunzione di 500 nuovi agenti destinati al controllo delle frontiere. Dietro le quinte, tuttavia, si ragiona concretamente su una possibile risoluzione anticipata già dopo Ferragosto: sarebbe il modo per evitare che una misura nata come risposta emergenziale si trasformi in un problema politico permanente nei rapporti con un partner europeo di primo piano.

La logica è quella dell’uscita controllata: meglio rientrare in anticipo, con una narrativa di successo, che essere costretti a farlo sotto pressione diplomatica.

Il vero rischio: l’asse mediterraneo sul bilancio pluriennale

Il conto più salato, però, rischia di arrivare più avanti e su un dossier ben più rilevante. Al tavolo negoziale sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione Europea, Meloni aveva lavorato con pazienza per costruire proprio con Sánchez un asse mediterraneo capace di controbilanciare le posizioni dei Paesi cosiddetti frugali — quelli del Nord Europa storicamente restii ad aumentare i contributi comunitari e a condividere oneri finanziari con i Paesi del Sud.

Quell’intesa oggi appare molto più fragile di quanto non fosse solo qualche settimana fa. La crisi di Ceuta rischia di lasciare un’eredità che va ben oltre il tema dell’immigrazione: incrinare uno dei pochi canali politici che Palazzo Chigi considerava decisivi per pesare nella prossima grande partita europea, quella che ridisegnerà la distribuzione delle risorse comunitarie per il decennio a venire. Per un’Italia che punta a far valere i propri interessi nelle istituzioni europee attraverso alleanze costruite con metodo e continuità, perdere un interlocutore come Madrid sarebbe un costo strategico difficile da compensare.

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