Il ritorno russo nel Mediterraneo: navi sanzionate, transponder spenti e una fregata italiana NATO a sorvegliare il convoglio

Per la prima volta in quasi due mesi — e dopo quella che le fonti militari descrivono come la prima vera interruzione della presenza navale russa nel Mediterraneo dal 2013 — Mosca ha ripristinato il proprio corridoio logistico verso la Siria. Il 27 agosto, un convoglio composto da quattro unità navali ha attraversato lo stretto di Gibilterra, con i transponder di identificazione automatica disattivati, per raggiungere il porto siriano di Tartus. La notizia, confermata da una fonte militare europea di alto livello che ha parlato in forma anonima con Euronews, riporta al centro dell’attenzione una questione che riguarda direttamente la sicurezza del fianco sud dell’Alleanza atlantica e la tenuta del sistema sanzionatorio europeo.

Il convoglio era composto dalla nave da carico Sparta, dalla petroliera Generale Skobelev e dalla nave di rifornimento Akademik Pashin, tutte e tre colpite da sanzioni internazionali e associate alla cosiddetta flotta ombra russa, la rete di naviglio che Mosca utilizza sistematicamente per aggirare le restrizioni commerciali imposte dall’Occidente. A scortarle, il cacciatorpediniere Ammiraglio Levchenko: un dettaglio che non è sfuggito agli analisti, poiché l’impiego di un’unità militare a protezione di petroliere civili sanzionate segnala un’escalation qualitativa nelle tattiche di elusione adottate da Mosca.

Questa rete logistica, nota informalmente come “Syrian Express”, opera in modo intermittente dal settembre 2015, quando la Russia intervenne militarmente nella guerra civile siriana a sostegno del regime di Bashar al-Assad. L’obiettivo dichiarato era combattere lo Stato islamico, ma le organizzazioni internazionali di monitoraggio hanno documentato come la stragrande maggioranza dei raid aerei russi abbia colpito zone civili controllate dall’opposizione: il gruppo Airwars stima che quegli attacchi abbiano causato la morte di oltre 14.000 civili siriani. L’intervento siriano è rimasto, fino all’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, il più significativo impegno militare del Cremlino al di fuori dei confini dell’ex Unione Sovietica.

La risposta europea al transito del convoglio è stata immediata e coordinata. Mentre le navi attraversavano la Manica, il Regno Unito ha dispiegato tre unità navali — HMS Duncan, HMS St Albans e HMS Severn — per seguirne i movimenti. Nel Mediterraneo centrale, è stata la fregata italiana Carabiniere, impegnata in missioni nell’ambito della NATO, a scortare da vicino il convoglio russo. Euronews ha ottenuto in esclusiva le immagini della fregata italiana affiancata alle navi di Mosca: documenti visivi che attestano concretamente l’attività di sorveglianza alleata e la capacità di risposta degli Stati membri dell’Unione europea e della NATO.

Particolarmente significativa, dal punto di vista della trasparenza marittima internazionale, è la pratica ormai sistematica di disattivare i transponder AIS (Automatic Identification System) prima di attraversare Gibilterra. Questi dispositivi trasmettono in tempo reale identità, posizione, velocità e rotta di ogni nave, e la loro disattivazione volontaria costituisce una violazione degli standard internazionali di sicurezza della navigazione, oltre che un segnale inequivocabile di condotta elusiva. Secondo la fonte militare europea citata da Euronews, questa pratica è diventata quasi sistematica negli ultimi mesi, con una frequenza in costante aumento rispetto al passato.

Per comprendere la posta in gioco geopolitica, occorre ricordare che Tartus rappresenta l’unica base navale russa al di fuori dei territori dell’ex Unione Sovietica, e l’unico punto di rifornimento e manutenzione disponibile per la marina di Mosca nel Mediterraneo. La struttura fu creata dall’Unione Sovietica nel 1971 in base a un contratto di locazione con Damasco, e ha svolto un ruolo strategico durante tutta la Guerra fredda. Quando il regime di al-Assad crollò nel dicembre 2024, le navi da guerra russe si ritirarono da Tartus in pochi giorni, in una mossa preventiva per evitare il sequestro o il blocco delle unità. Il ritorno di agosto segna dunque un tentativo di Mosca di riaffermare una presenza che sembrava compromessa.

Il quadro è ulteriormente complicato dall’accordo annunciato ad agosto tra Damasco e Mosca, in base al quale la base aerea di Hmeimim e la base navale di Tartus verrebbero trasformate in “centri congiunti di addestramento e sviluppo delle capacità”, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale siriana SANA citando il ministero degli Esteri. Un’intesa che, nelle parole delle autorità di Damasco, mirerebbe a preservare gli “interessi reciproci”: una formula diplomatica che non nasconde la volontà russa di mantenere un ancoraggio strategico nel Mediterraneo orientale, indipendentemente dai cambiamenti politici in Siria.

Tuttavia, la fonte militare europea ha chiaramente elencato i fattori che limitano strutturalmente la capacità di Mosca di consolidare questa presenza: l’invecchiamento progressivo della marina russa, l’efficacia crescente delle sanzioni europee contro la flotta ombra e, non da ultimo, l’azione dei droni navali e aerei ucraini che continuano a colpire le unità russe nel Mar Nero. È proprio la pressione congiunta di questi elementi che sta spingendo Mosca a ricorrere a scorte militari per proteggere le proprie petroliere sanzionate, con costi operativi e diplomatici sempre più elevati. Il Mediterraneo, ancora una volta, si conferma teatro di una competizione geopolitica che l’Europa non può permettersi di osservare da spettatore.

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