Cosa ha deciso il governo italiano sulla difesa?
L’Italia si presenta al vertice NATO di Ankara con un dato concreto sul tavolo: una spesa per la difesa pari al 2,8% del PIL, quasi il doppio dell’1,6% registrato appena due anni fa. Non si tratta di una promessa generica, ma di un percorso già avviato, con impegni precisi fino al 2028. La rotta è stata tracciata mercoledì scorso a Palazzo Chigi, in una riunione convocata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla vigilia del summit turco. Attorno al tavolo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Il risultato di quell’incontro è un piano pluriennale che prevede un incremento dello 0,3% del PIL destinato alla difesa nel 2027, seguito da un ulteriore 0,6% nel 2028. Complessivamente, quasi un punto percentuale di PIL in soli due anni. Tradotto in termini assoluti, si tratta di oltre 18 miliardi di euro aggiuntivi da destinare allo strumento militare.
Un impegno tutt’altro che simbolico. E che arriva in un contesto geopolitico che non ammette rinvii.
Perché il vertice di Ankara rende questo piano urgente?
Il summit NATO di Ankara si svolge all’ombra delle pressioni esercitate dall’amministrazione Trump. Il presidente americano ha fissato, al summit dell’Aia di un anno fa, un obiettivo ambizioso per gli alleati: portare le spese per la difesa al 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% destinato agli armamenti veri e propri. Un diktat che ha rimescolato le priorità di bilancio di molte capitali europee.
Trump non ha risparmiato critiche nemmeno all’Italia. Pochi giorni fa, sul suo social Truth, ha incluso Roma nell’elenco dei paesi «scrocconi» della NATO, in compagnia di Londra, Parigi e Varsavia. Un’accusa che il governo italiano respinge, pur riconoscendo che la strada verso il pieno adempimento degli impegni alleati è ancora lunga. Va detto, peraltro, che una parte rilevante dell’ultimo aumento previsto — lo 0,71% in più — copre spese per la sicurezza sul territorio nazionale, non esclusivamente armamenti, droni e mezzi corazzati. Una distinzione che potrebbe alimentare ulteriori tensioni con Washington.
Meloni arriverà ad Ankara con la postura di chi rispetta gli impegni. La difesa, ha ripetuto la premier, non è mai stata messa in discussione: è stata la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran — con l’impennata dei costi legati alla paralisi dello stretto di Hormuz — a ridisegnare temporaneamente la scala delle priorità.
Come vengono finanziate queste spese?
La questione delle coperture è il nodo più delicato. Per il 2025, lo 0,3% del PIL aggiuntivo sarà interamente assorbito dalle spese energetiche straordinarie legate alla crisi di Hormuz. Nessuna risorsa nuova, dunque, per le Forze Armate nell’anno in corso. Gli aumenti reali scatteranno dal 2027.
Ma c’è una variabile che potrebbe cambiare significativamente il quadro: il rientro dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo. L’Italia ha mancato per un soffio l’uscita ad aprile, con un rapporto deficit/PIL al 3,073%, arrotondato nelle tavole ufficiali al 3,1%. Sarebbe bastato centrare il 3% esatto. Tuttavia, se i dati di settembre — sia sul PIL sia sul deficit — registrassero rivalutazioni positive, la Commissione europea potrebbe rivedere le sue conclusioni, decretando l’uscita di Roma dalla procedura. Nei piani alti dell’esecutivo si respira un cauto ottimismo.
Le implicazioni sarebbero considerevoli. Liberarsi dalla procedura di infrazione significherebbe maggiore autonomia di bilancio e un risparmio complessivo stimato in circa 6,4 miliardi di euro. Risorse che potrebbero alleggerire la prossima manovra e offrire margini più ampi per gli investimenti strategici, difesa inclusa.
Quale ruolo gioca il fondo europeo SAFE?
C’è un secondo strumento al centro della strategia italiana: il fondo SAFE, il prestito europeo a tassi agevolati e rimborsabile in 45 anni pensato per finanziare la spesa per la difesa degli Stati membri. Per Roma, l’accesso a questo strumento si è trasformato in una vicenda tormentata, segnata da mesi di incertezza e segnali contraddittori.
Il legame con la procedura di infrazione è stretto. Uscire dal mirino dell’Unione Europea darebbe all’Italia la spinta decisiva per attivare il prestito SAFE, ampliando ulteriormente le risorse disponibili per completare il programma di riarmo. Un percorso che passa, inevitabilmente, per la credibilità dei conti pubblici italiani agli occhi di Bruxelles.
Vale la pena ricordare che proprio sul fondo SAFE, a fine maggio, si era consumato un momento di tensione all’interno della maggioranza: i silenzi sull’utilizzo dello strumento avevano alimentato frizioni tra Crosetto e Palazzo Chigi. Stavolta, invece, il disco verde dell’Unione Europea alla richiesta italiana di derogare al Patto di Stabilità — non solo per la difesa, ma anche per la crisi energetica, attraverso un’estensione temporanea della National escape clause — ha contribuito a distendere il clima. Crosetto ha ottenuto quanto chiedeva. Gli impegni sono stati formalizzati.
Quali incognite rimangono aperte?
Il piano è ambizioso. Ma tra oggi e il 2028 si apre un corridoio pieno di variabili imprevedibili. Le elezioni di midterm americane potrebbero ridimensionare il peso politico di Trump, modificando la pressione che Washington esercita sugli alleati europei. La traiettoria dei prezzi energetici, strettamente legata all’evoluzione della crisi iraniana, condizionerà i margini di bilancio disponibili. E il percorso europeo dell’Italia — dalla procedura di infrazione all’accesso al SAFE — dipende da dati macroeconomici che, per loro natura, restano incerti.
Ciò che appare solido, per ora, è la direzione. L’Italia si muove verso un modello di difesa più robusto, coerente con gli impegni assunti in sede NATO e con la logica dell’integrazione europea in materia di sicurezza. Un percorso che richiede continuità istituzionale, rigore di bilancio e capacità di negoziare con Bruxelles e Washington al tempo stesso. Tre sfide che il governo italiano ha scelto di affrontare insieme, non separatamente.

