Il paradosso del mercato del lavoro piemontese: offerta c’è, ma i candidati mancano
Nel 2025 il Piemonte ha registrato un dato che dovrebbe far riflettere istituzioni, famiglie e sistema scolastico: su 335mila assunzioni previste, oltre 108mila sono rimaste scoperte. Un colloquio su tre non si è concretizzato per assenza di candidati. Il tasso di difficoltà nel reperire personale ha raggiunto il 32,4%, con punte significativamente più elevate in alcune province.
Ad Alessandria la quota ha superato il 37%. Nel Verbano-Cusio-Ossola e a Cuneo le imprese segnalano migliaia di annunci rimasti senza risposta per mesi. A Torino, cuore produttivo della regione, quasi 50mila ingressi previsti non si sono tradotti in assunzioni effettive: un paradosso che interroga l’intero sistema formativo e occupazionale regionale.
Cercasi idraulico disperatamente: i mestieri senza eredi
Il fenomeno si ripete con regolarità nelle aziende di tutta la regione. Un’impresa di impiantistica della cintura torinese ha convocato più candidati per un ruolo da idraulico specializzato: nessuno si è presentato al colloquio finale. In un’azienda metalmeccanica del Canavese le selezioni si sono trasformate in un inseguimento continuo a candidature che si sono interrotte prima del primo incontro.
Nel comparto del legno-arredo tra Biella e Vercelli si parla apertamente di «mestieri senza eredi»: giovani che non hanno intrapreso percorsi formativi adeguati o li hanno abbandonati prima di entrare nel mondo del lavoro.
Le professionalità introvabili: dall’edilizia alla sanità
Il profilo delle figure mancanti è preciso e trasversale a più settori. Nell’edilizia scarseggiano muratori, carpentieri e manovali specializzati. Nel settore impiantistico mancano idraulici, elettricisti, serramentisti e tecnici della manutenzione, professioni che richiedono esperienza e formazione sul campo difficilmente acquisibili in tempi brevi.
La carenza si estende anche al comparto del mobile, con falegnami, operatori di macchine e addetti alla lavorazione industriale sempre più rari. Dove un tempo entravano intere generazioni, oggi i corsi professionali faticano a riempire le aule.
Il fenomeno non risparmia neppure le strutture sanitarie e socio-assistenziali: ospedali e servizi territoriali segnalano difficoltà nel reperire operatori socio-sanitari e infermieri, con turni coperti a fatica e organici cronicamente incompleti. In alcuni casi, concorsi pubblici non hanno raggiunto il numero atteso di candidati.
Confartigianato: «È prima di tutto un problema culturale»
Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte, individua le radici del problema al di là della sola questione demografica. «Per quanto il calo demografico non sia da sottovalutare, il problema è prima di tutto culturale», afferma Felici.
«Occorre che le famiglie tornino a educare i giovani al lavoro come elemento fondante della propria crescita personale e della fiducia in se stessi. Il lavoro c’è: la difficoltà è trovare le figure. Nelle scuole non si insegna più la cultura del lavoro da molti anni».
Felici critica la tendenza a «parcheggiarsi in qualche ateneo sperando che le cose migliorino», un atteggiamento che, a suo avviso, riduce i cittadini a «meri consumatori cui non è dato decidere del proprio futuro». La soluzione, secondo il presidente di Confartigianato, passa per un rafforzamento del rapporto tra imprenditori e istituti professionali e per una riqualificazione concreta dei giovani attraverso il lavoro manuale e tecnico.
Una sfida per le istituzioni e il sistema formativo
I dati piemontesi fotografano una disfunzione strutturale del mercato del lavoro che non può essere ricondotta al solo andamento demografico. La mancata corrispondenza tra domanda e offerta segnala un deficit di orientamento, di valorizzazione delle competenze tecniche e di dialogo tra scuola e impresa.
In un contesto europeo in cui la competitività dipende sempre più dalla qualità del capitale umano, il caso piemontese offre uno spunto di riflessione per amministratori, decisori politici e famiglie: 108mila posti di lavoro scoperti non sono soltanto una perdita economica, ma un segnale che il sistema formativo e culturale del Paese richiede interventi concreti e urgenti.

