Il governo Meloni condanna ma non agisce: il divario tra parole e fatti sulla questione israeliana
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pubblicamente condannato il trattamento riservato agli attivisti della Flotilla, fermati in acque internazionali e deportati in Israele, definendolo «infimo». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto eco, parlando di comportamento «inaccettabile». Eppure, a quelle parole non seguono ancora azioni concrete da parte dell’esecutivo italiano.
La posizione italiana in sede europea: un freno alle misure economiche
In ambito europeo, l’Italia si oppone sistematicamente a qualsiasi misura nei confronti di Israele che comporti un costo economico reale e riguardi lo Stato nel suo insieme. Dopo l’uscita di scena di Viktor Orbán — che aveva imposto il veto — Roma ha accettato sanzioni Ue contro alcuni coloni israeliani violenti, una misura definibile al più simbolica.
Si tratta tuttavia di un provvedimento in larga parte inefficace: gli individui sanzionati non hanno interessi economici significativi legati all’Europa. Più problematico ancora, tale approccio alimenta una distinzione artificiosa tra i coloni e lo Stato israeliano, quando le colonie sono ormai parte integrante delle istituzioni e dell’esercito di Israele.
Sanzioni ai ministri: un passo avanti insufficiente
Sull’onda dell’episodio della Flotilla, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è detto favorevole a sanzioni europee individuali contro il ministro per la sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir. Un segnale positivo, ma ancora insufficiente.
Il governo italiano sa bene che le sanzioni europee — anche quelle individuali — richiedono l’unanimità dei membri. E sa già che altri governi di centrodestra in Europa, a partire dalla Repubblica Ceca, si opporrebbero a tale misura, rendendo il risultato politicamente improbabile.
Il nodo centrale: l’accordo di associazione UE-Israele
La questione più rilevante non riguarda le misure individuali — simbolicamente importanti ma economicamente marginali — bensì la sospensione dei benefici commerciali previsti dall’accordo di associazione Ue-Israele. A differenza delle sanzioni, questa sospensione rientra nella politica commerciale europea e richiederebbe soltanto una maggioranza qualificata degli Stati membri, non l’unanimità.
Una maggioranza di Paesi europei sostiene già tale sospensione. Tuttavia, l’opposizione congiunta di Italia e Germania — due dei maggiori Stati per peso demografico — è sufficiente a bloccare il provvedimento.
Il veto italiano al divieto di commercio con gli insediamenti
Ancor più significativo è il fatto che l’Italia abbia attivamente scoraggiato la Commissione europea dal proporre al Consiglio il divieto di commercio con gli insediamenti israeliani illegali. L’impatto economico di tale misura, insieme alla sospensione delle preferenze commerciali, ammonterebbe a diverse centinaia di milioni di euro — con stime che potrebbero rivelarsi molto più elevate.
Per un Paese che considera l’Unione Europea il proprio primo partner commerciale, un simile onere avrebbe un peso politico considerevole e costituirebbe una leva diplomatica reale.
Dalla retorica ai fatti: una responsabilità istituzionale
È positivo che le azioni della Flotilla abbiano riportato al centro del dibattito pubblico la situazione nei territori palestinesi occupati, in Libano e le conseguenze dell’attacco israeliano contro l’Iran. Ma la visibilità mediatica non basta.
Un governo che si definisce europeista e ancorato allo stato di diritto ha la responsabilità di tradurre le proprie dichiarazioni in scelte politiche coerenti. Continuare a invocare l’«inaccettabilità» di certi comportamenti, per poi bloccare in sede europea gli strumenti che potrebbero davvero incidere, non è una posizione sostenibile né credibile.

