Luca Formenton e l’eredità Mondadori: «L’azienda conta più di chi la guida»

Luca Formenton e l’eredità Mondadori: «L’azienda conta più di chi la guida»

Nel suo studio milanese, tra libri, fotografie e litografie, Luca Formenton conserva anche una piccola bicicletta bianca recuperata dai rifiuti vicino alla sede del Saggiatore, la casa editrice che dirige da oltre trent’anni. Quell’oggetto racconta molto del personaggio: nipote di Arnoldo Mondadori, fondatore del più grande gruppo editoriale italiano, Formenton ha costruito la propria identità professionale all’insegna di una rigorosa «educazione weberiana», fatta di sobrietà e diffidenza verso gli sprechi. Oggi, a 73 anni, raccoglie questi ricordi in Storia di mio nonno e altri libri, un cahier pubblicato da Henry Beyle.

Il magnetismo di Arnoldo Mondadori

Formenton descrive il nonno come un uomo dotato di un carisma ineguagliabile, capace di imporsi sulla scena editoriale italiana del Novecento senza mai perdere il senso della misura. «Aveva un’attitudine lievemente gigionesca, mitigata da un equilibrio che non lo abbandonava mai», racconta.

Persino nelle rare concessioni al lusso, Arnoldo rivelava una certa ambivalenza. Verso la fine della vita acquistò una Rolls-Royce, ma la prima cosa che fece fu sostituire la celebre statuetta della Vittoria alata con la «B» della Bentley. «Il che era piuttosto ridicolo», ammette il nipote, «visto che quell’auto era immediatamente riconoscibile».

Sul fronte della concorrenza, il fondatore Mondadori era inflessibile. Il grande rivale, Angelo Rizzoli, veniva citato in casa soltanto come «R», e le riviste del gruppo concorrente erano bandite. Eppure ogni mattina Arnoldo mandava il suo fido Eliseo, in livrea, a prendere in prestito dall’edicola i giornali del rivale per contarne le pagine pubblicitarie, per poi restituirli.

Una vocazione nata per caso, tra sensi di colpa e responsabilità

Formenton non aveva pianificato una carriera nell’editoria. Dopo la laurea, alla fine degli anni Settanta, avrebbe preferito insegnare letteratura americana. Fu un collega, Aurelio Pino, a spingerlo verso una scelta diversa, evocando il rischio di una «fuga alla Klaus Mann».

A pesare sulla decisione fu anche il senso di colpa per il privilegio familiare, alimentato fin dal ginnasio da una professoressa di latino che lo incalzava pubblicamente: «Formenton, si vergogni! Con tutti i soldi che ha dovrebbe studiare come i suoi compagni poveri». Un’immagine che, confessa, ha popolato i suoi sogni per anni.

Il primo incarico fu quello di aiuto ufficio stampa: scrivere lettere di ringraziamento a un professore. L’avvocato Maria Laura Boselli, allora presidente del Saggiatore, gliele faceva riscrivere continuamente. Poi arrivò il passaggio in redazione, con le trasferte a Firenze per le chiusure dei libri e il «visto si stampi».

Il futuro del Saggiatore: verso un’alleanza con Feltrinelli

Al centro del dibattito editoriale italiano c’è oggi il possibile ingresso di Feltrinelli nel capitale del Saggiatore. Formenton non smentisce: «A breve ci sarà qualche novità. Nel contesto attuale, la collaborazione con un grande gruppo diventa fondamentale».

L’editore assicura tuttavia che manterrà la maggioranza e che il futuro partner condividerà la medesima sensibilità culturale. «In editoria, forse più che altrove, conta trasmettere un’idea plurale e democratica», sottolinea. «I libri finiscono sempre per assorbire il modo in cui vengono fatti, anche fisicamente».

È proprio questa convinzione — che l’azienda conti più di chi la guida — l’eredità più profonda che Formenton sente di aver ricevuto dal nonno Arnoldo. Un principio che oggi si carica di urgenza concreta: a 73 anni, senza eredi diretti pronti a raccogliere il testimone, la continuità del progetto editoriale diventa una questione istituzionale prima ancora che familiare.

Innovazione e tradizione: un equilibrio possibile

Di fronte alle trasformazioni tecnologiche, Formenton si dice più curioso che preoccupato. Il suo motto resta una frase di Giuseppe Verdi: «Torniamo all’antico e sarà un progresso». Un paradosso solo apparente, che trova conferma nelle nuove tecniche di stampa digitale.

La print on demand, spiega, consente oggi tirature ridotte di alta qualità per titoli destinati a nicchie di lettori esigenti: «Con le tecnologie di un tempo era impensabile. Oggi l’innovazione consente scelte più coraggiose».

Sull’eterna «crisi del libro», Formenton cita ancora il nonno: «Quando gliela chiedevano, rispondeva sempre che esiste da quando esiste il libro. Serve buttarsela dietro le spalle e andare avanti con curiosità e responsabilità». Una lezione di pragmatismo editoriale che, a distanza di decenni, non ha perso nulla della sua attualità.

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