L’architettura della sicurezza europea è cambiata: la NATO al centro del nuovo ordine
L’invasione russa dell’Ucraina non ha soltanto ridisegnato i confini geografici: ha ridefinito in profondità l’architettura della sicurezza europea. L’adesione della Svezia alla NATO come 32° membro, nel marzo 2024, ponendo fine a oltre due secoli di neutralità, ne rappresenta la prova più eloquente. L’Europa non è sulla soglia di una nuova era — vi è già dentro.
Il vertice dei Ministri degli Esteri tenutosi ad Helsingborg ha confermato questa svolta. Non molto tempo fa, un incontro simile sarebbe passato quasi inosservato; oggi, ogni segnale conta.
I quattro dossier di Helsingborg
Quattro temi hanno dominato i lavori: spesa per la difesa, Ucraina, Iran e il futuro dell’impegno americano in Europa. Sul fronte ucraino, l’attenzione si è concentrata più sul mantenimento della volontà politica che sull’acquisizione di nuove capacità militari, mentre le garanzie di sicurezza a lungo termine restano irrisolte.
Sul dossier iraniano è emersa la frattura più profonda tra Washington e gli alleati europei. Il Segretario Generale Mark Rutte ha definito la chiusura dello Stretto di Hormuz un tentativo di tenere in ostaggio l’economia globale. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invocato una coalizione per riaprire lo Stretto, mettendo apertamente in discussione il valore della NATO qualora alcuni alleati negassero alle forze americane l’accesso alle proprie basi in caso di conflitto.
La questione che non era in agenda: i tagli americani
Il tema più rilevante emerso ad Helsingborg, tuttavia, non figurava nell’agenda ufficiale. L’amministrazione americana ha annunciato la riduzione delle brigate militari in Europa da quattro a tre, la cancellazione del dispiegamento di un battaglione di artiglieria a lungo raggio in Germania e il ritiro di 5.000 soldati dal Paese.
Una prevista rotazione di brigata in Polonia è stata prima sospesa, poi ripristinata giorni dopo con un annuncio su Truth Social dal presidente Trump, senza specificare la provenienza dei rinforzi. Un metodo di comunicazione che, in sé, dice molto sullo stato delle relazioni transatlantiche.
I numeri della presenza americana in Europa
Gli Stati Uniti mantengono circa 68.000 militari permanentemente stanziati in Europa: oltre 35.000 in Germania, più di 12.000 in Italia. Non è la prima volta che Washington riduce la propria presenza: nel 2012, il presidente Obama ritirò 7.000 soldati per contenere le spese del Pentagono e riorientarsi verso l’Asia.
Ma i tagli dell’amministrazione Trump arrivano in un contesto radicalmente diverso: una guerra è in corso sul suolo europeo e il presidente critica apertamente l’inerzia europea sulla crisi iraniana, mettendo in dubbio la necessità stessa della presenza americana nella NATO. Al culmine della Guerra Fredda, alla fine degli anni Cinquanta, quasi 475.000 soldati americani erano schierati in Europa: gli attuali 68.000 rappresentano già una riduzione dell’86%.
Va tuttavia ricordato che il National Defense Authorization Act del 2026 vieta al Pentagono di scendere sotto i 76.000 effettivi in Europa per più di 45 giorni, e qualsiasi ritiro significativo richiede l’approvazione del Congresso.
L’impegno politico conta più dei numeri
La questione non riguarda soltanto i numeri. Riguarda la solidità dell’impegno politico che i soldati americani incarnano. I leader europei devono riconoscere una realtà scomoda: nonostante le tensioni, il rapporto transatlantico resta indispensabile.
Le capacità americane — intelligence, trasporto strategico, difesa missilistica, deterrenza nucleare — rimangono insostituibili. L’Europa, anche considerata nel suo insieme, non dispone di equivalenti comparabili. La risposta giusta non è un’autonomia strategica fine a sé stessa, ma diventare un contributore più capace e affidabile all’interno di una NATO in cui Washington resta il pilastro fondamentale della deterrenza.
La condivisione degli oneri: un problema antico, poste in gioco nuove
Il problema della condivisione degli oneri all’interno dell’Alleanza non è nuovo: le sue origini risalgono al 1953, quando il presidente Eisenhower avvertì che il “pozzo americano” non era inesauribile. Ciò che è cambiato sono le poste in gioco. Il sottoinvestimento europeo non è più soltanto una fonte di attrito politico in un’alleanza altrimenti stabile: è una vulnerabilità strategica in un continente attraversato dalla guerra.
Negli ultimi anni, gli alleati europei hanno aumentato gli investimenti collettivi dall’1,4% del PIL nel 2014 al 2,3% nel 2025. Al vertice NATO dell’Aia, si sono impegnati a raggiungere il 5% entro il 2035, di cui almeno il 3,5% destinato alla difesa e fino all’1,5% alla resilienza.
La Germania guida la svolta, l’Italia arranca
La storia più significativa è quella della Germania, che ha raddoppiato il bilancio della difesa dal 2021, varato un programma di modernizzazione da 377 miliardi di euro e fissato l’obiettivo esplicito di schierare entro il 2039 il più forte esercito convenzionale d’Europa. Il bilancio tedesco supera già quello francese con un rapporto vicino a due a uno.
Più complessa è la situazione italiana. La spesa per la difesa è aumentata del 38% in un solo anno, raggiungendo il 2% del PIL, ma soprattutto grazie alla riclassificazione di spese civili esistenti, non a nuove risorse effettive per le Forze Armate. Raggiungere il 5% richiederebbe quasi triplicare la spesa attuale: circa 6-7 miliardi di euro aggiuntivi all’anno. È un dibattito che Roma non ha ancora affrontato apertamente con la propria opinione pubblica.
Dal bilancio alle capacità reali: la sfida industriale
Il nodo cruciale non è quanto si spende, bensì quanto rapidamente le risorse stanziate possano tradursi in capacità militari credibili. In questo contesto, la base industriale della difesa transatlantica costituisce un elemento essenziale della deterrenza e richiede una cooperazione sempre più integrata tra Europa e Nord America.
Al prossimo vertice di Ankara, gli alleati europei dovranno presentarsi non solo con obiettivi di spesa, ma con accordi concreti in materia di cooperazione industriale e produzione per la difesa, a dimostrazione della loro capacità di convertire gli investimenti in strumenti operativi reali. La credibilità dell’Alleanza si misura anche — e soprattutto — su questo.

